|
--- Dottor
Tagliente, cosa consiglia a chi tende a perdersi di coraggio davanti ai
conti mensili? «Quale
premessa direi, con De Filippo, 'a da passà a nuttata'». Certo
non vuol dire che ci facciamo una dormita sopra. «Tutt'altro.
Bisogna vivere attivamente il processo in atto». Attivamente,
ottimisticamente e quasi in allegria, come diceva un illustre ospite
giorni addietro a Treviso? «Credo
sia difficile essere allegri quando i ricavi sono in flessione e le
prospettive di vendita non rosee. Quando parlo di un processo che
occorre vivere attivamente non suggerisco nè allegria nè afflizione ma
riflessione. Riflessione su una crisi che, rifacendoci al significato
del termine, porti alla fin fine a fare delle scelte». Mi
par di capire che lei intercala nella vita di un'azienda tempi in cui
dev'essere prevalente l'impiego di energie nell'agire e tempi in cui
bisogna maggiormente pensare, correlativamente all'andamento
dell'economia. Oggi è il tempo della riflessione. «Io
la vedo così: solo apparentemente un'azienda cresce in continuazione se
ad una fase di sviluppo ne segue un'altra anch'essa di sviluppo. In
realtà tra una fase ed un'altra si interpone un periodo più o meno
lungo in cui è la qualità del pensare più che dell'agire a fare la
differenza tra un'azienda che declinerà rispetto ad un'altra che invece
riprenderà a crescere». Crescere.
È l'imperativo generale. Ma come? «Rispondo
prendendo a prestito un pensiero di Kandinsky che, sebbene uomo d'arte,
offre nel suo celebre libro "Lo spirituale nell'arte" molti
spunti di riflessione anche ad uomini dell'economia. Credo che in fin
dei conti anche quella economica sia un'arte e come tale di spirito ha
bisogno, non solo di materia. E di spirito si tratta quando si riesce a
comprendere che ciò che conta, come dice il celebre pittore, non è
tanto dare risposta alla domanda "come?" ma all'altra
"che cosa?". In altre parole il misuratore della nostra futura
crescita economica è dato da ciò che riusciremo a concepire quale
nuova risposta ai bisogni della gente che non sono più oggi tanto
effimeri come lo sono stati negli ultimi decenni. Il cercare "che
cosa" produrre e distribuire è dunque più importante del
"come" produrre le stesse cose seppure diversamente. La
ricerca del "che cosa" vuol dire prima di tutto capacità
d'ascolto ed ascoltare è possibile solo quando si fa silenzio. Ecco
perché la crisi è benefica, perché ci induce a recuperare il silenzio
quando le attività si riducono e quando, piuttosto che muoversi
freneticamente, è meglio fermarsi e pensare». Veniamo
al dunque. Lei converrà sul fatto che sempre gli imprenditori debbono
pensare molto, non di rado rubando tempo al sonno. Cosa significa il suo
invito a fermarsi e pensare? «Finora
si è pensato a fare, a produrre. Oggi bisogna pensare a ciò di cui
l'uomo ha realmente bisogno. Non più solo oggetti». E
di che cosa ha bisogno l'uomo? «Mi
rifaccio a Maslow. Nella sua scala di prioirità, dopo i bisogni
fisiologici e di sicurezza, è il bisogno di amore quello che per primo
si fa sentire». Come
può l'impresa vendere beni materiali e amore? «Se
rispondessi a questa domanda non aiuterei gli imprenditori: è nel
ricercare da soli la risposta che potranno superare la crisi delle loro
aziende».
|