Uomini
o caporali?
di
Franco Tagliente
Nella
volontà di tutti gli uomini del gruppo e non dei soli capi risiede
la forza che consente di raggiungere qualsiasi obiettivo.
Narra
un'antica storia orientale, qui riportata, che a un uomo che da anni
cercava di scoprire il segreto della nascita e della vita di una
collettività, fu detto che un pozzo possedeva la risposta a cui
egli così ardentemente aspirava. Quella risposta gli fece
comprendere che "il tutto è maggiore delle somma delle sue
parti" e l'uomo del racconto scoprì il maggior valore
dell'interezza del sitar, dello strumento musicale, rispetto a
quello dei singoli suoi componenti.
La metafora ci aiuta a comprendere dove ricercare la forza di un
gruppo di uomini che lavorano l'uno accanto all'altro per anni,
senza saper essere, nella gran parte dei casi, null'altro che
singoli individui solo formalmente uniti ma in realtà separati gli
uni dagli altri. Quella forza va ricercata nella capacità che essi
hanno, anche quando non ne abbiano coscienza, di poter esprimere di
più della somma delle individuali abilità.
Così come occorre saper costruire uno strumento musicale
armonizzando i singoli elementi, è necessario saper far convivere
le diverse e differenti persone che "vogliono" diventare
un gruppo armonizzando i loro pensieri, i loro sentimenti e
soprattutto le loro volontà.
Il verbo volere è qui evidenziato perché un requisito è
indispensabile per la nascita e l'accrescimento di un gruppo di
uomini: la loro volontà di stare insieme. Senza questa infatti, un
gruppo non potrebbe essere tale; sarebbe semmai un insieme di
singoli individui, di tanto in tanto riuniti per discutere un
argomento o per dirimere una questione; ma mai per condividere un
progetto facendolo risuonare nei loro cuori oltre che nei loro
pensieri.
Se è la volontà dunque la manifestazione umana che per prima è
chiamata in causa quando ci si pone quale obiettivo quello del
facilitare la vitalità di un gruppo di uomini, c'è da chiedersi:
"Come farla emergere?".
E soprattutto c'è da domandarsi se la sua creazione sia demandabile
al rispetto di una ricetta o se non debba invece essere assicurata
dallo stesso lavoro di gruppo. E' un po' come il serpente che si
mangia la coda. C'è forse altra soluzione infatti che non sia
quella suggerita dal mitico Uroboro?
Potrebbe infatti un gruppo esprimere la sua volontà attraverso
altri che non siano i singoli componenti il gruppo stesso?
Ecco allora che emerge oltre alla "entità gruppo" anche
l'"entità singolo" e non c'è quella senza questa giacché
non è possibile definire un gruppo senza definire i suoi singoli
individui, le singole individualità, le singole persone, i singoli
"io", come musicisti di un complesso jazz.
In un tipo di complesso cioè in cui i singoli solisti esprimono se
stessi negli "a solo" mentre il motivo conduttore è
suonato da tutti gli altri: un complesso in cui ciascuno ha lo
spazio per emergere dal gruppo grazie al sostegno degli altri e
all'assenza di prevaricazioni.
Anche le aziende sono come complessi jazz e non più orchestre
sinfoniche i cui componenti guardano verso un unico direttore
d'orchestra sul podio. Infatti nelle aziende la figura del direttore
d'orchestra sta assumendo connotati diversi rispetto al passato, sta
diventando sempre di più quella di un "primus inter pares",
non più in piedi sul podio ma seduto come un musicista fra i
musicisti, leader e non comandante, riconosciuto per il suo valore e
non per il suo potere.
Se questa dunque è la nuova forma di leadership di cui occorre
dotarsi per vivere adeguatamente le dinamiche di gruppo dei nuovi
tempi, è necessario allora escludere che un gruppo si possa formare
per volontà di un direttore generale, di un amministratore delegato
o di un "padrone" senza che questi si siano domandati
prima se la loro volontà corrisponde a quella di ciascuna persona
del "gruppo in formazione".
Chi scrive, dopo quasi sei lustri di esperienza a contatto con tanti
uomini d'azienda, crede che un gruppo perché possa definirsi
veramente tale debba essere formato per volontà autonoma e non per
imposizione. Ad una "sommaria" proposta calata
"dall'alto" deve necessariamente corrispondere un
desiderio di coesione che proviene "dal basso" perché se
così non fosse il lavoro di quegli uomini, ancorché riuniti con
sistematicità intorno al "malato" non porterebbe ad
alcuna guarigione né miglioramento.
Il processo terapeutico nelle aziende non è infatti demandabile ad
altri che non siano i pazienti stessi e non v'è forza alcuna,
ancorché contrattuale, che riesca a far "sentire" uniti
quanti non "sentono di volerlo sentire".
Quanto più il capo superiore, esercitando la sua autorità,
pretendesse il funzionamento del gruppo dei suoi responsabili o
quadri, tanto più questo gli sguscerebbe dalle mani come la più
agile delle anguille con l'aggravante dell'essere lui considerato
per giunta come quella figura di caporale così magistralmente
descritta da Totò qualche decennio fa in una delle sue
indimenticabili farse.
Per non essere considerati capi/caporali non c'è dunque che una
strada, quella dell'entrare all'interno del gruppo, scendendo dal
podio, per conquistare il riconoscimento grazie all'autorevolezza
del sapere e non all'autorità del potere, mettendo se stessi in
discussione insieme ai propri uomini, per dare e nel contempo
ricevere aiuto.
Alla domanda dunque che molti direttori generali o amministratori
delegati rivolgono a chi scrive quale facilitatore per sapere se sia
il caso che entrino a far parte del loro gruppo di responsabili si
può rispondere usando quella frase che Giulio Cesare pretendeva gli
fosse ogni giorno detta dai suoi uomini: "Chi ti credi di
essere, tu, zucca pelata". L'umiltà del grande Condottiero
forse può servire a comprendere, dopo molti secoli, che ciò che
conta nel rapporto con gli uomini è saper essere uomini e non
caporali. Un vero capo non teme il giudizio del gruppo cui
appartiene perché ne fa parte, vive al suo interno gioie e dolori
in ogni circostanza, non si erge a giudice ma si propone quale
amico: è un condottiero, non un comandante.
Franco
Tagliente
"Il
tutto è maggiore della somma delle sue parti"
Narra un'antica storia orientale che a un uomo, da anni alla
ricerca del segreto della nascita e della vita delle comunità,
fu detto che un pozzo possedeva la risposta a cui egli così
ardentemente aspirava.
Trovato il pozzo l'uomo pose la domanda, e dalla profondità
giunse la risposta: "Vai al crocicchio del villaggio: là
troverai ciò che cerchi".
Pieno di speranza, l'uomo obbedì, ma al indicato trovò
soltanto tre botteghe: una bottega vendeva fili metallici,
un'altra legno, e la terza pezzi di metallo. Nulla e nessuno
in quei paraggi sembrava avere a che fare con la rivelazione
del segreto.
Deluso, l'uomo ritornò al pozzo a chiedere una spiegazione.
Ma il pozzo gli rispose: "Capirai in futuro".
L'uomo protestò; ma l'eco delle sue grida fu la sola
risposta che ottenne. Indignato per l'inganno che gli pareva
di avere subito, l'uomo continuò le sue peregrinazioni. Col
passare del tempo il ricordo di questa esperienza svanì,
finché una notte, mentre stava camminando alla luce della
luna, il suono di un sitar (lo strumento musicale
dell'oriente) attrasse la sua attenzione. Era una musica
meravigliosa, suonata con grande maestria e ispirazione.
Affascinato, l'uomo si diresse verso il suonatore; ne vide
le mani che suonavano abilmente; vide il sitar; e infine
gridò di gioia, perché aveva capito: il sitar era composto
dei fili metallici, dei pezzi di metallo e di legno come
quelli che molto tempo prima aveva visto nelle tre botteghe,
e aveva giudicato essere senza particolare significato. Ora
l'indicazione del pozzo era chiara: abbiamo già tutti gli
elementi necessari, ma nessuno di essi ha significato finché
lo percepiamo come un frammento a sé stante; ma non appena
i vari elementi sono uniti in una sintesi, emerge una nuova
realtà, la cui natura ci era impossibile vedere esaminando
separatamente i vari frammenti.
"Il tutto è maggiore della somma delle sue
parti": questa legge, semplice e fondamentale, è
osservabile dovunque, tanto nel mondo naturale quanto in
quello più propriamente umano: una melodia è qualcosa di
più delle note che la compongono; una parola è un'entità
di ordine più elevato delle singole lettere da cui è
formata; un organismo è una totalità superiore alle
cellule da cui è costituito. |
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