Il lavoro non è merce

di Franco Tagliente

Il lavoro è considerato merce, materia prima, alla stregua di tutte le altre. Come se gli uomini che lavorano fossero delle macchine. Il lavoro come merce che viene acquistata e che quando non ve n'è più bisogno viene esclusa, senza remora alcuna. Il fatto che il portatore di quel lavoro sia un uomo sfugge all'attenzione dei più: è un incomodo doverlo considerare.
Il mercato chiede flessibilità? La risposta è "Rendiamo flessibile il lavoro". E non viene in mente che non è il lavoro a dover essere "flessibilizzato" ma i bisogni; giacchè vivere ridimensionando questi è possibile, ma senza quello ogni uomo non può vivere, al massimo vegetare.
Taylor con la frantumazione del lavoro in fasi e la rivoluzione industriale hanno fatto perdere ad ogni uomo la percezione di ciò che ogni giorno producono le sue mani ed il suo cervello. E' come se la coscienza della ragione del proprio esistere, collegato al lavoro, fosse stata cancellata ed in sua vece ne fosse intervenuta un'altra, quella collegata alle cose che possiamo immagazzinare nelle nostre case-scaffali, o consumare con una rapidità a volte superiore al tempo impiegato per produrle.
L'Umanità d'Occidente ha perso la memoria del tempo in cui ogni uomo poteva orgogliosamente mostrare il frutto del suo lavoro prima a se stesso e poi agli altri. Oggi nelle fabbriche quanti sono gli operai che sanno della loro azienda quanto dovrebbero per sentirla propria, per definirla come si dovrebbe, strumento cioè di realizzazione del proprio essere prima ancora che mezzo per procacciarsi una paga o uno stipendio?
Nel rimpallo delle colpe fra padroni e dipendenti, fra imprenditori e sindacati abbiamo perso di vista l'Uomo. Ce lo stiamo giocando immolandolo sull'altare dell'egoica volontà di affermare il primato dell'uno o dell'altro.
Energie mentali e spirituali sprecate per dissertare sui codicilli di un articolo 18 quando meglio sarebbero utilizzate se a qualcuno venisse in mente che quell'articolo è un falso problema giacchè quello vero si nasconde altrove e la soluzione passa attraverso un ripensamento di tutto ciò che diamo per scontato quando invece è solo supinamente accettato.
Si crede che l'economia sia soprattutto uno strumento di profitto e si perde di vista che tutto ciò che ogni uomo produce con le mani o col pensiero è destinato ad altri e che questa è fra le forme più sublimi per esprimere fratellanza. Ma ecco che la mente "razionale", pronta, ribatte: "Ma quel lavoro è stato pagato!" e non si accorge che questa considerazione è secondaria rispetto alla prima, maestosa, quella che vede l'opera di uomo messa al servizio di un altro.
Se dunque è il lavoro che ci unisce, perché all'interno delle aziende ci divide?
Forse la vera ragione risiede nel fatto che in quei luoghi in cui si dovrebbe celebrare religiosamente il lavoro, ci si immola in nome di falsi bisogni, senza ideali, senza un perché; lì, come macchine, trascorriamo il nostro tempo e ricerchiamo appagamento nelle quantità e la parola "qualità" è solo una vuota espressione manipolatoria.