I figli migliori dei padri?

Intervista a Gianluca De Nardi(*),
professore economista di Ca’ Foscari

Riusciranno i figli ad essere migliori dei loro padri? A giudicare da quello che le generazioni precedenti hanno combinato nell’ultimo secolo direi che ci vuole poco per far di meglio.
Sono sotto gli occhi di tutti le condizioni di una Umanità che solo con grande presunzione potrebbe essere orgogliosa di se stessa. Il “benessere” che molti dicono di aver procurato con alacre lavoro in realtà altro non è se non “benavere” gabellato per migliori condizioni di vita rispetto al passato quando a ben vedere queste sono riconducibili molto all’esteriorità e poco all’intimo appagamento.
L’uomo infatti è oggi insoddisfatto ben più di ieri non solo per ciò che non ha ma anche e soprattutto per ciò che non è e la sola ricchezza esteriore viene identificata con l’economia quando in realtà questa contiene in sé valori profondi di fratellanza poiché non v’è attività umana svolta in ambito economico che non sia destinata ad altri e dunque che non sia espressione dell’interesse per l’Altro. Ma le ridondanti sovrastrutture e soprattutto le interferenze e le intromissioni del mondo politico hanno generato un’immagine dell’economia distorta, come se la parola etica non le appartenesse. Oggi, che una nuova coscienza si sta facendo strada soprattutto fra i più giovani, è su di loro che possiamo riporre la nostra fiducia.
Per questa ragione ho intervistato il Professor Gianluca De Nardi, un economista di Cà Foscari, della schiera di quei giovani studiosi che si stanno impegnando nell’ambito dell’etica economica, e che partecipano ad attività che certamente daranno nel tempo prossimo frutti di cui godranno le future generazioni.
L’impegno di noi, meno giovani, è quello di sostenerli e di rimuovere nel limite delle nostre possibilità culturali gli ostacoli che sempre si parano dinanzi a coloro che sono fattori di cambiamento a causa di chi il cambiamento teme.

Professor De Nardi, perché si sente così tanto oggi la necessità di una reintroduzione dell’etica nell’economia?
La società globalizzata nella quale oggi viviamo è frutto di quell’idea di libertà ispiratrice del capitalismo moderno, e cioè la libertà intesa come affermazione individuale, poi degenerata in un individualismo sfrenato e distruttivo. Per secoli l’Occidente ha creduto di poter esportare in tutto il mondo tale idea di libertà, ma si è dovuto presto scontrare con altre idee di libertà, fondate su valori diversi, quali ad esempio l’armonia con la natura o la ricerca di un rapporto più diretto con Dio. Così, il contatto con culture diverse ha rafforzato la convinzione in ognuno di noi della mancata realizzazione di quel “benessere” che le libertà occidentali promettevano. Da qui la necessità di una rivisitazione dell’agire dell’individuo in tutte le sfere, ivi compresa quella economica, fondata su un rapporto più equilibrato tra “essere” e “avere”.

Come è possibile allora, reintrodurre l’etica nell’agire individuale?
L’etica è già insita nell’agire individuale. L’uomo, infatti, non è razionalista ed egoista come la teoria economica ci ha sempre detto, ma è fatto di coscienza, sentimenti, necessità. Non mi stancherò mai di dire che la solidarietà, l’ansia di giustizia, l’altruismo, si aggiungono e temperano i comportamenti dettati dall’egoismo e dall’interesse. La serenità dell’individuo nasce da un agire “sociale”. Quella che in economia è definita la “massimizzazione dell’utilità” non può non tener conto della coscienza dell’individuo, del suo agire in rapporto all’utilità o al danno arrecato al vicino e all’ambiente circostante. Quindi, se si ammette che normalmente è la coscienza il motore dell’agire sociale e non l’individualismo sfrenato, la massimizzazione dell’”utilità individuale” in questo senso coincide con la massimizzazione del “benessere sociale”.
In termini meno scientifici, questo significa che ogni persona, se potesse, agirebbe per portare la pace nel mondo, per combattere la povertà, per risolvere il problema ambientale. Questo è infatti riscontrabile anche nelle piccole azioni quotidiane di ognuno di noi, nell’appagamento interiore quando si aiuta il prossimo o più in generale quando si tiene in massima considerazione la dignità di ogni individuo. Si noti che queste considerazioni sono state fatte proprie anche dalle discipline manageriali che hanno evidenziato i vantaggi concreti, in termini di profitto, di un comportamento siffatto, puntando quindi l’attenzione sull’opportunità di un agire “etico” sia interno all’impresa (ad esempio nei rapporti con il personale) sia esterno (correttezza di comportamento nei confronti dei clienti, dei fornitori ed in generale di tutti gli stakeholders).
Il paradosso del terzo millennio sta proprio qui: l’agire etico può divenire sia il tassello mancante per il raggiungimento del “benessere individuale”, sia una leva di vantaggio competitivo di proporzioni incalcolabili per le imprese. Quest’ultime sono dunque costrette ad un comportamento socialmente responsabile nel prossimo futuro, sia per la maggiore sensibilità al tema etico del cittadino, sia per restare competitive in un economia globalizzata.

Esistono già delle prese di posizione e/o delle iniziative autorevoli a riguardo?
Certamente. Nell’estate del 2001 la Commissione delle Comunità Europee ha presentato il Libro Verde intitolato “Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese”, inserito nell’ottica di un “approccio globale della qualità e dello sviluppo sostenibile”, “in risposta ad una serie di pressioni sociali, ambientali ed economiche”. Promuovendo strategie di responsabilità sociale, si legge ancora nel documento, “le imprese investono nel loro avvenire e sperano che il loro impegno volontario contribuirà ad aumentare la loro redditività”.
Inoltre, già dal 1997 un ente americano ha introdotto la certificazione sociale denominata “SA8000”, certificazione che purtroppo in Italia stenta ancora a decollare. E non si può non fare un accenno anche a tutte le iniziative di finanza etica e di commercio equo e solidale.
Va inoltre ricordato quel ramo dell’economia, ispirato alla fratellanza cristiana, fondato dalla Lubich che va sotto il nome di “Economia di comunione”, e che vede aziende aderenti ormai in ogni parte del mondo.
Anche nella nostra Italia qualcosa si sta muovendo. E’ in discussione in Parlamento un disegno di legge denominato “De-tax”, il quale prevede di destinare l’1% del fatturato delle aziende aderenti a progetti di solidarietà internazionale. In pratica, il commerciante che aderisce all’iniziativa pratica uno sconto dell’1% al cliente finale, ma quest’ultimo paga il prezzo intero destinando spontaneamente lo sconto all’aiuto ai paesi poveri. Il tornaconto per l’imprenditore viene dall’aumento del fatturato indotto dalla maggiore clientela, la quale sceglie forme e luoghi di consumo che possono permettere, come dicevamo sopra, di realizzare il “benessere individuale” aiutando il prossimo.
Infine, così come già accade in altri paesi, in Italia le imprese avranno inevitabilmente bisogno di forme di certificazione del proprio comportamento socialmente responsabile. Idoneo allo scopo è il cosiddetto “Bilancio Sociale”, documento complementare al bilancio d’esercizio che nel prossimo futuro diventerà il principale strumento di comunicazione e di immagine della responsabilità sociale dell’impresa.

* Il Professor Gianluca De Nardi, Laurea in Economia e Commercio con indirizzo Economia e Legislazione d’Impresa, è vincitore presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, Dipartimento di Scienze Economiche, del concorso per un progetto di ricerca riguardante lo “Sviluppo delle competenze e del potenziale umano nel settore della ricerca e dello sviluppo tecnologico”