UOMINI RESPONSABILI
D'IMPRESE RESPONSABILI

In un mio recente articolo ho affrontato il tema della responsabilità ed ho affermato che è indispensabile che coesistano quattro condizioni perché questa possa essere assunta da chiunque ricopra un ruolo all'interno di una qualsiasi organizzazione.
Di queste quattro condizioni (la definizione dell'obiettivo, la consapevolezza delle proprie capacità, la libertà e la volontà), qui vorrei approfondire alcuni aspetti riguardanti quest'ultima perché ritengo che da essa dipenda in larga parte il concretizzarsi delle altre condizioni.
Credo, infatti, che ciascuno di noi, se è ricco di una forte volontà, può creare i presupposti per un'assunzione cosciente e condivisa delle proprie responsabilità.
Se dunque è la volontà il fulcro su cui fare leva per sviluppare un esauriente processo di responsabilizzazione, è utile concentrare le nostre attenzioni su di essa e soprattutto sulle ragioni che troppo spesso la inibiscono o la affievoliscono.
Non ricorrerò, per esporre il mio pensiero, a conoscenze di psicologia giacché è campo questo a me conosciuto più per buon senso e intima vocazione che per trascorsi di studio. Esporrò le mie considerazioni basandole solo su osservazioni e riflessioni fatte in anni passati al fianco di uomini chiamati ad assumere responsabilità di ruoli diversi all'interno di organizzazioni aziendali senza riuscire il più delle volte a farvi adeguatamente fronte per motivi spesso sconosciuti a loro stessi.
Cercherò qui di evidenziare quelle ragioni che, a mio sommesso modo di vedere, sono alla base di una scarsa attitudine, se così possiamo definirla, all'assunzione di responsabilità, per carenza di volontà.

Credo sia utile innanzitutto osservare che cosa accade quando ciascuno di noi decide di avanzare di un passo partendo da una posizione statica. Il baricentro, perfettamente collocato più o meno in posizione mediana fra le due gambe e fra il piano che delimita il petto e quello che delimita la schiena, nel momento in cui un passo procede in avanti, si sposta. Nell'attimo in cui il piede che avanza non è ancora appoggiato, l'equilibrio del corpo diviene instabile per tutto il tempo che necessita al baricentro stesso di ridefinire la sua posizione quando il piede avrà appoggiato terra e sarà fermo così come quello che è rimasto in posizione arretrata.
Per un frazione di secondo, dunque, la sicurezza della posizione originale viene messa in discussione. Appare chiaro, da questo esempio, che la decisione di procedere coesiste con una decisone inconscia di accettazione dell'insicurezza: la volontà, se si vuole avanzare, si deve cioè fare carico del rischio dell'instabilità e far superare la paura: diversamente sarebbe impossibile procedere. Se dunque manca il cor-aggio, manca l'azione giacché questa dipende dalla volontà e nulla può accadere, nelle piccole come nelle grandi cose, se manca il "core". Al punto tale che persone prive di volontà arrivano ad annullare se stesse anche nelle più elementari azioni e trasformano il loro essere uomini in vegetali, sempre radicati al suolo, immobili.
Un uomo senza coraggio è infatti colui che teme di abbandonare una posizione protetta e non ha fiducia innanzitutto in se stesso, nelle proprie possibilità, non si stima.
Mi viene in mente, al riguardo, un episodio di cui sono venuto a conoscenza qualche tempo fa.
Una donna, non più giovane, da molti anni viveva la sua esistenza da depressa e nulla riusciva ormai a distoglierla dai più cupi pensieri. Perennemente seduta a guardare fuori dalla finestra, meditava sulla triste condizione umana. I più grigi pensieri attraversavano ogni momento la sua mente e le notti passate in bianco rendevano ancora più difficile il trascorrere dei suoi giorni. Nessun medico e nessun farmaco riusciva a migliorare la sua condizione. Poi un mattino ricevette una telefonata da sua sorella che l'informava, in lacrime, d'essere stata colpita da un tumore e che era disperata. In un attimo si sprigionò dentro di lei un'energia che mai aveva conosciuto. Gridò come per liberarsi dall'antico peso: "Mia sorella ha bisogno di me" e si precipitò ad aiutarla. Per anni la sostenne quotidianamente con amore e neppure per un momento la depressione si rifece viva. Non avendo tempo per pensare a se stessa, nel curare, guarì.
Il coraggio non è parola che coesiste solo con "volontà" ma anche con "sacrificio". Sacrum facere, fare una cosa sacra. Questa è la sua etimologia. Fare una cosa sacra può voler dire aiutare chi ha bisogno di noi, guardare agli altri, avvicinarsi a loro, farsi carico, portare un po' del loro peso, sopportare dunque.
Ecco che ai mie occhi appare chiaro il percorso necessario per rinforzare la nostra volontà: quello del pensare non solo a noi stessi ma anche agli altri. Interessarsi dunque e non essere disinteressati, cioè privi di interesse. Semmai essere interessati a svolgere il nostro ruolo sorretti non solo da desideri che sono esclusiva espressione di bisogni materiali egoistici, ma anche da quelli che sono manifestazione di bisogni che ci riguardano come parte del consesso sociale.
Troppo spesso ci si dimentica che Maslow, nella sua famosa scala, colloca in una posizione più elevata rispetto a quella dei bisogni primari e di sicurezza, quelli di appartenenza e di riconoscimento sociale. Sono questi i bisogni che non hanno più a che fare solo con noi in relazione a noi stessi ma con gli altri e dunque soddisfattibili solo se tengono conto dell'altrui essere e non solo del nostro.
Il concetto di volontà è indissolubilmente legato inoltre a quello di "motivo".
Infatti non c'è possibilità alcuna di sviluppare la nostra volontà se non la ancoriamo ad una ragione. Quanto più questa è effimera, tanto più la volontà è evanescente. "Che cosa vuol dire effimero?" domanda il piccolo Principe al Geografo che gli risponde: "Vuol dire che è minacciato di scomparire in un tempo breve".
Sì, è proprio così: la volontà scompare in un tempo breve quando è ancorata ad un motivo effimero.
Cosa può fare dunque un uomo d'azienda che prenda coscienza della debolezza della sua volontà, causa di un affievolimento del suo senso di responsabilità?
Può solo ricercare la ragione del suo lavoro in un motivo che non sia effimero.
Sarà questo a sorreggerlo mentre combatte delusioni e depressioni, a dare entusiasmo e senso alla sua esistenza.
Non è sicuramente effimero il bisogno di sopravvivenza; ma quando questa in un modo o nell'altro è assicurata, incombono altri falsi bisogni, effimeri desideri che ci distolgono dall'unica possibilità che abbiamo per essere appagati dal nostro lavoro che è quella che ci viene offerta dal consesso sociale di cui facciamo parte.
Un'azienda che voglia guardare al suo futuro con coraggio e positività non può ignorare il profondo bisogno dei suoi uomini che è quello del divenire parte cosciente di progetti sociali che impegnano ciascuno di noi e tutti noi insieme.
Un'azienda che crede di doversi identificare solo con il perseguimento del profitto, costi quello che costi, non può avere futuro perché la carenza di volontà dei suoi uomini la trascinerà ai margini del contesto sociale di cui fa parte.
Se invece fra i tanti progetti che ogni anno si intraprendono in ogni azienda, tutti protesi a rinforzare il "business", se ne sviluppasse almeno uno che ha quale obiettivo quello del rinforzare la volontà di tutti i protagonisti della vita aziendale attraverso il loro coinvolgimento libero e cosciente in un ambito spirituale, sicuramente quell'azienda sarebbe sempre viva e non solo vegeta.
Come operativamente ciò possa avvenire non dovrebbe preoccupare coloro che sentono profondamente la positività di un approccio di questo genere, giacché l'entusiasmo è contagioso più di qualsiasi influenza virale. Ha un potere coinvolgente tale da riuscire lì dove il solo raziocinio ottiene modesti risultati. Ancora poco si sa della potenza dell'intelligenza emotiva e male non farebbe un'attenta lettura di Goleman. Aiuterebbe non poco a percepire le infinite possibilità che ci sono riservate se riusciamo a discostarci da un approccio di pensiero tutto incentrato su logiche razionali e poco emotive e non invece su quelle che le contemplano entrambe.
Con un bagaglio di "intelligenza emotiva" a nostra disposizione, riunire tutti gli uomini d'azienda intorno ad un'idea forte, protesa a realizzare una cosa bella, per una giusta causa, che non sia di quelle sempre e solo misurabili in termini economico/finanziari è cosa facile ed entusiasmante più di quanto si possa pensare.
Chi avrà il coraggio di cimentarsi contemplando anche questi risvolti della conduzione aziendale che non sono gestionali nel più tradizionale senso, ma comunque di grande impatto concreto e non solo "filosofico", scoprirà che il lavoro risulterà appagante non già perché strumento di sola sopravvivenza ma di vita. Scoprirà che con una squadra di uomini motivati nel loro lavoro nulla è impossibile. Ogni ora del loro tempo sarà sì destinata a produrre, immagazzinare, calcolare, trasportare, pensare, disegnare, vendere, telefonare, spedire, ricevere, acquistare, pulire, ordinare, scrivere, dirigere, eseguire, impacchettare, disinballare, impilare, cucire, confezionare, incollare, fondere, assemblare, tagliare, saldare, fatturare, incassare, pagare, riscuotere, ma anche e soprattutto a fare in modo che il fine ultimo del loro faticare sia rivolto all'evoluzione dell'Uomo e non al suo abbrutimento materialistico, al miglioramento della nostra società per noi, per i nostri figli, per i loro figli. Nessuno potrà dire di se stesso: "Non so perché lavoro", se insieme agli altri che con lui destinano un terzo della propria esistenza al lavoro, starà perseguendo quale obiettivo quello del fare una cosa bella per una giusta causa. La volontà allora si rinforzerà ed il peso della responsabilità sarà alleviato.

Franco Tagliente