IRRESPONSABILI
IN AZIENDA
Da
sempre imprenditori ed amministratori si lamentano che i loro uomini
non assumono come dovrebbero le responsabilità del proprio lavoro.
Se ne dolgono, peraltro, senza riuscire a far lievitare in loro il
senso della responsabilità perché non sanno quale sia il percorso
che conduce un uomo a mantenerlo elevato nel suo agire.
Negli
ultimi vent'anni ho conosciuto non poche aziende e numerosi uomini
che hanno affrontato il tema della scarsa attitudine all'assunzione
di responsabilità senza riuscire a coglierne le cause, andando
all'origine del loro manifestarsi.
Questo scritto affronterà questo argomento evidenziando quelli che
sono i requisiti fondamentali su cui è possibile costruire un
percorso che metta ogni uomo d'azienda nelle condizioni di assumere
su di sé le responsabilità del proprio lavoro, condividendole e
non solo subendole. Innanzitutto occorre descrivere alcuni sintomi
che caratterizzano un clima aziendale connotato da una scarsa
attitudine all'assunzione di responsabilità da parte di operai,
impiegati, dirigenti e…forse anche da parte dello stesso
imprenditore.
L'etimologia
della parola responsabilità conduce al verbo "rispondere"
e questo ci aiuta a comprendere che la responsabilità ha a che fare
con una risposta; questa è strettamente correlata ad una domanda,
senza la quale nessuna risposta può essere data. Ergo, è possibile
definire responsabile colui che risponde ad una domanda, colui che
agisce sulla base di una precisa richiesta che gli viene formulata.
Trattandosi di attività aziendali la richiesta non può che
riguardare ciò per cui quel "responsabile" è stato
inserito nell'organico aziendale.
Prima ancora di pretendere che ciascun responsabile di funzione
"risponda" del proprio operato occorre quindi domandarsi
se è stata formulata una giusta domanda, se cioè sono stati
definiti correttamente gli obiettivi che è chiamato a perseguire.
L'esperienza
mi induce a dire che la carenza di definizione di obiettivi è la
causa primaria di un rilevante numero di situazioni aziendali
caratterizzate da scarsa assunzione di responsabilità.
Situazioni in cui, prima ancora di addebitare ai propri uomini
atteggiamenti poco partecipati, il loro "capo" dovrebbe
chiedersi se ha definito chiaramente ciò che si attende da loro o
se invece non lo abbia lasciato nel vago. In questo caso, infatti,
occorrerebbe che fosse tanto onesto con se stesso da ammettere che
il lasciare le cose nel vago a volte è "strategicamente
voluto" per non dover porre mano ad una struttura organizzativa
che ha dei buchi che non si vogliono o possono chiudere preferendo
sperare che vengano tappati dalla "buona volontà" di
questo o di quello. Il definire esattamente obiettivi e compiti
potrebbe far emergere invece carenze e debolezze che si preferisce
nascondere confidando nella sorte nascondendo la testa sotto la
sabbia nell'illusione che le cose si facciano da sole o che ci siano
uomini tanto bravi dal poter fare di più delle proprie possibilità.
Il bisogno di definizione di obiettivi, chiari e trasparenti è il
presupposto dell'assunzione di responsabilità da parte di ognuno
giacchè solo formulando una chiara domanda, è legittimo attendersi
una chiara risposta. Che alla fine potrebbe anche essere negativa,
cioè potrebbe essere un rifiuto del compito e/o dell'obiettivo, a
causa di quello che è il secondo elemento fondamentale su cui si
poggia la responsabilità, cioè la conoscenza.
Ancora
una volta l'etimologia della parola ci può aiutare a comprendere.
Conoscenza e coscienza hanno la stessa radice e i due termini per
quanto attiene la responsabilità sono di pari importanza giacchè
un uomo, messo nelle condizioni di sapere esattamente cosa ci si
attenda da lui e che abbia la coscienza di non avere la conoscenza
adatta per raggiungere l'obiettivo a lui indicato, non accetterà
l'assunzione di responsabilità.
Quanti sono invece i responsabili di funzione che sanno esattamente
cosa implichi il loro operare, quali debbano essere i comportamenti
corretti da assumere nei confronti delle altre funzioni, quali siano
i contenuti di conoscenza professionale del proprio lavoro?
Non
sono forse molti gli organigrammi zeppi di etichette
"responsabile di…" che a ben vedere nascondo impiegati e
dirigenti che sì e no conoscono metà di ciò che dovrebbero sapere
per assumere responsabilmente la posizione in organico loro
assegnata?
Prima ancora di arrivare a lamentarsi della scarsa attitudine alla
responsabilità dei propri uomini non è forse più utile analizzare
il rapporto fra le aspettative, gli obiettivi, i compiti e le reali
conoscenze di colui sulle cui spalle si vorrebbe far calare tale
responsabilità?
Solo così operando infatti si avrebbe un'onesta visione della
condizione in cui si trova quel collaboratore e quel reparto e si
potrebbe agire di conseguenza, senza illusioni, con senso della
realtà, aiutando i propri uomini a crescere formando se stessi
senza dover soffrire per responsabilità che le proprie spalle male
sopportano. Loro sarebbero motivati grazie al percorso di crescita
che hanno intrapreso e l'azienda che così operasse non potrebbe che
averne benefici.
Penso a tutti quegli sciagurati imprenditori che credono ancora che
i loro uomini siano come degli asini la cui groppa resiste anche
sotto i carichi più pesanti. Penso a quanto stolti sono nel non
rendersi conto che la responsabilità non è una questione di
quantità ma di qualità e che un uomo può sempre lavorare
moltissimo in termini di ore ma nel contempo mai sentirsi coinvolto
responsabilmente in ciò che fa. E questo non già perché sia
"un lavativo" ma semplicemente perché è stato messo
nella condizione di prendere coscienza di ciò che da lui ci si
attende e delle sue effettive possibilità di risposta.
Definire obiettivi ed affidarli ad uomini coscienti che abbiano
conoscenza non è però sufficiente per far lievitare la
responsabilità. Un terzo elemento deve essere necessariamente
considerato, quello della volontà.
A cosa servirebbe infatti sapere di sapere e conoscere esattamente
ciò che ci si attende da noi se nel contempo non si avesse la
volontà di perseguire quell'obiettivo mettendo a frutto le nostre
capacità?
La volontà molte volte è confusa con velleitarismo. Intendendo con
questo termine l'atteggiamento di chi dichiara la sua intenzione
d'agire in un certo modo senza peraltro riuscire a concretizzare il
suo proposito per cause che dipendono da lui e non da altri. In
altri termini il velleitario è colui che dice: "Voglio fare
questo o quello" e poi, concretamente, non ha la forza
interiore per mettere in pratica il suo proposito.
Questo approccio all'azione è purtroppo presente nelle nostre
aziende più di quanto non si veda giacchè è nascosto dal fatto
che "gli irresponsabili" sanno attribuire ad altri le
ragioni della loro scarsa attitudine alla concretezza lamentandosi
per altre cause che sono sì presenti realmente ma che semmai
aggravano la situazione aggiungendosi a quella del velleitarismo ma
mai giustificandolo. Questo, mimetizzato fra le altre cause, alla
fine emerge in tutta la sua evidenza se le altre carenze sono
eliminate. Solo allora ci si scopre di essere "deboli sotto il
profilo volitivo". A quel punto, che fare?
Così come l'accrescimento delle proprie conoscenze è un fatto
formativo ed è ottenibile seguendo un percorso di crescita
professionale, anche la volontà può essere accresciuta seguendo un
percorso. Solo che mentre il primo, quello che riguarda il saper
fare, può avvalersi del contributo di docenti e professionisti, il
secondo, quello che riguarda la volontà, è individuale e
personale, solo minimamente supportabile dall'aiuto altrui. In altre
parole, chi scopre di esser debole sotto il profilo volitivo, pur
essendo nella buona posizione di chi ha la consapevolezza della
propria condizione, non può che far dipendere da se stesso il
rafforzamento della propria volontà sapendo che questo allenamento
è faticoso come un qualsiasi altro allenamento e che non è
delegabile. Così come non si può infatti chiedere ad un altro di
fare flessioni e piegamenti in palestra per noi, non possiamo
attenderci che altri allenino il nostro muscolo della volontà in
nostra vece. Con il poco spazio che un articolo mette a disposizione
non è possibile qui affrontare il tema della volontà e del
percorso personale che ciascuno deve compiere per rafforzarla; forse
in un altro articolo questo argomento potrà essere trattato
adeguatamente.
Basti per ora considerare che la volontà è una condizione
interiore che risponde positivamente ad un atteggiamento di
meditazione costante, riflessiva, focalizzata.
Buon ultimo, importante quanto gli altri, è l'elemento della libertà
quello che deve essere presente lì dove si vuole che ci sia
assunzione di responsabilità.
Se
la volontà dipende fortemente da colui che è chiamato ad agire, la
libertà dipende non da lui ma da coloro ai quali
"risponde" con il suo operato. Giacchè mai potrà essere
a lui addebitato un atteggiamento irresponsabile se prima non lo si
è messo nelle condizione di decidere liberamente su ciò che vuole
e deve fare, seppure all'interno degli obiettivi prefissati.
Ahimè,
quanti imprenditori e dirigenti sono aguzzini e vittime ad un tempo
a causa del modo arbitrario con cui relazionano con i loro uomini!.
Aguzzini nel negare la libertà d'azione, a parole (ma solo a
parole) sempre concessa, ma nei fatti sempre negata o sottratta o
ridotta o condizionata. Vittime del loro stesso agire che comporta
inevitabilmente che la responsabilità non riposta e non assunta
coscientemente ritorna sulle spalle di chi non ha saputo creare le
condizioni per il suo buon accoglimento e per la sua buona
sopportazione.
Libertà, non vuole dire arbitrio. Eppure, quanti atteggiamenti
arbitrari mantengono invece i capi nei confronti dei propri uomini,
quanta scarsa considerazione per la loro dignità!
Si comportano come quella madre che vuole insegnare a suo figlio a
camminare e nel contempo lo tiene sempre per la cintola per paura
che caschi e si faccia male.
Così come una madre intelligente, tacitando la sua umanissima
paura, lascia che suo figlio cada per imparare, allo stesso modo
deve agire, tacitanto i suoi timori, un imprenditore, un dirigente,
chiunque sia chiamato ad essere capo. Non v'è motivo alcuno infatti
per limitare la libertà di un uomo che abbia capacità, coscienza,
obiettivi definiti e volontà solo per ridurre il proprio stato
d'ansia.
Chi obiettasse che questi requisiti non sempre sono presenti e che
per questo non si possa lasciare libero d'agire chi è chiamato ad
assumere responsabilità, dimostrerebbe di non aver colto il senso
che questo scritto vorrebbe dare all'agire di un capo, così
sintetizzabile: dove non coesistono definizione di compiti chiari e
condivisi, libertà e volontà, non esiste responsabilità e nulla
possono organigrammi, mansionari e certificazioni ISO giacchè di
una stessa medaglia una faccia rappresenta la delega e l'altra la
fiducia e dove non c'è fiducia non c'è possibilità alcuna di far
nascere e tenere alto il senso della responsabilità di nessuno.
Alla fin fine chi non riesce ad aver fiducia negli altri, a ben
vedere, non ha fiducia neanche in se stesso seppure quasi sempre non
se ne accorga.
Ma questo è un altro argomento che ci porterebbe molto lontano, ben
oltre il tema di questo articolo.
Franco
Tagliente