GLI
IMPRENDITORI VENETI
Abbiamo
intervistato Franco Tagliente noto libero professionista di Treviso
per conoscere il punto di vista di un aziendalista che da anni opera
al fianco di molti imprenditori veneti nei diversi settori
economici.
Dottor
Tagliente, La Sua professione di consulente di organizzazione e di
sviluppo imprenditoriale Le consente di conoscere gli imprenditori
veneti da una posizione di "prima linea". Come li
descriverebbe?
L'imprenditore veneto è un gran lavoratore che, grazie al suo
stacanovismo, ha trasformato in pochi decenni l'economia di queste
terre da agricola in industriale. La cultura contadina del
sacrificio e della parsimonia è l'elemento su cui è stato
costruito il successo di questo modello economico oggetto
addirittura di analisi da parte di non pochi economisti anche
stranieri. Gli stessi che ora si interrogano se i fattori di
successo del Nord-Est non possano potenzialmente divenire le cause
del suo declino economico.
Secondo Lei, esiste questo rischio?
Se gli imprenditori non si arricchiranno di schemi mentali diversi
da quelli sino ad ora utilizzati, non riusciranno a cogliere quel
profondo cambiamento in essere che è caratterizzato da uno
spostamento paradigmatico dei bisogni della gente.
Potrebbe spiegare meglio?
Da una recente indagine è emerso che un occidentale ha a
disposizione, per il suo quotidiano vivere, circa 10.000 cose contro
le 200 degli aborigeni della Nuova Guinea. Questo ci aiuta a capire
che non è certamente dell'ennesimo oggetto che abbiamo realmente
bisogno. Il frenetico ricorrere al consumismo non riesce più
infatti a colmare un vuoto esistenziale che potrà trovare
appagamento solo se il materialismo riuscirà a convivere con
l'immaterialità. E' proprio per questo che temo il declino del
modello imprenditoriale veneto: per la scarsa attitudine degli
attuali imprenditori a pensare se non in termini quasi
essenzialmente concreti quando invece la sola concezione di beni
immateriali ed emozionali ha bisogno di un approccio del tutto
diverso fondato sulla creatività più che sul raziocinio, su
approfondimenti sociologici più che tecnologici.
Secondo Lei, dunque, gli imprenditori veneti non sapranno
adattarsi a questo nuovo modo d'esprimersi del mercato?
Gli investimenti in ricerca e sviluppo di prodotti a forte
connotazione immateriale non sono alla portata di gran parte
dell'imprenditoria veneta. Per meglio comprendere la ragione di
questa mia affermazione occorre considerare che le attività di
pensiero abbisognano di condizioni di quiete e di serenità mentre
quelle operative di azione. La capacità di agire, di fare, di
muoversi è stato l'elemento fondamentale del passato successo ma
ora che occorre riflettere prima di fare, l'imprenditore dovrebbe
"staccare" e dedicarsi al pensiero più che all'azione.
Questo dovrebbe essere, del resto, il suo ruolo primario.
Sinceramente credo però che ciò sia pressoché impossibile. Fino a
quando i nostri imprenditori saranno costantemente e
"calorosamente" presenti "sul pezzo", come si
direbbe in artiglieria, non riusciranno infatti a dare al loro
cervello quella quiete e q uel distacco di cui ha bisogno per
elaborare pensieri innovativi, per costruire un nuovo modello di
sviluppo delle loro aziende, per sondare un diverso approccio al
mercato, per concepire un più profondo rapporto con i loro uomini,
per far evolvere, in fine, l'intelligenza emotiva e non solo quella
analitica e razionale.
Lei dunque è pessimista sul futuro di queste regioni!
Tutt'altro. Sono estremamente ottimista. Il mio ottimismo si fonda
sulla considerazione che non c'è evoluzione per nessuno se non si
attraversano benefiche crisi e una, molto profonda, è alle nostre
porte. Dopo che l'avremo vissuta sino in fondo, i sopravvissuti
della nostra imprenditoria saranno i pionieri di una nuova economia
che non credo sia quella della new economy.
Cosa
vuol dire?
Più che alla rivoluzione di Internet penso ed ho fiducia nella
riscoperta del valore della responsabilità sociale quale fattore
rivoluzionario di un nuovo modo di fare impresa. Nel nostro futuro
vedo un bellissimo modo di concepire le attività imprenditoriali
non più protese solo al conseguimento del profitto a vantaggio
essenzialmente dei "titolari" ma impegnate nel ricercare e
realizzare la loro missione sociale. E' quella del soddisfare gli
interessi e le aspettative di molti attori e non solo di coloro che
vantano titoli di proprietà su capannoni e macchine e che nulla
possono ormai ottenere di meglio dai loro uomini senza motivarli in
modo ben diverso da quello adottato nell'ultimo secolo. Vedo nel
nostro futuro una netta divisione fra i vantaggi economici per i
portatori del capitale necessario a creare e sviluppare le aziende e
quelli di chi quelle aziende conducono. Vedo crescere la
consapevolezza delle ragioni del fallimento del comunismo che ha
violato le libertà in nome della fratellanza e del declino del
capitalismo che viola la fratellanza in nome della libertà.
Consapevolezza che è il punto di partenza per costruire una società
che sappia coniugare la fratellanza con la libertà senza
dimenticare l'uguaglianza, i valori della Rivoluzione francese
ancora non affermati in gran parte del Mondo. Vedo svilupparsi una
nuova economia di mercato che non sia devastante come l'attuale che
è riuscita nel breve volgere di pochi decenni a trasformare la
nostra società in una società quasi esclusivamente condizionata
dall'economia come se solo questa fosse l'unico ambito del vivere
umano. Vedo finalmente realizzato un nuovo pensiero economico che è
stato descritto nei decenni scorsi da illuminati economisti senza
mai essere stato attuato.
Mai attuato, perché?
Per la semplice ragione che ogni cosa accade quando arriva "il
suo tempo" e sino a ieri i tempi non erano maturi ma ora lo
sono. Basti sondare il livello di demotivazione della gran parte
degli uomini che lavorano: è ai minimi storici, se così possiamo
dire. Questo mi fa venire in mente quel famoso verso : "C'è
qualcosa di nuovo oggi nell'aria …". Per dirla come il poeta,
c'è nell'aria una meravigliosa rivoluzione che darà ai nostri
figli un'esistenza incentrata non più solo sulle cose materiali ma
anche e soprattutto sui sentimenti. Quegli stessi sentimenti che i
nostri imprenditori hanno sacrificato sull'altare di un benessere
fatto di comodi oggetti prodotti per soddisfare effimeri bisogni.
"Cosa vuol dire effimero?" domanda al Geografo il Piccolo
Principe di Saint-Exupery. Gli risponde: "Vuol dire che è
minacciato di scomparire in un tempo breve".
E' proprio quello che sta incominciando a succede da noi: i
bisogni effimeri basati sulla materia si stanno sublimando in
bisogni immateriali e chi non è preparato a comprenderli nel suo
profondo essere, prima di soddisfarli, scomparirà. Anche gli
imprenditori possono essere effimeri e durare lo spazio di un'unica
generazione, non le pare? Lo sa che la vita media delle imprese
italiane è pari a 18 anni?
Ma ci sono i loro figli.
I figli degli imprenditori forse possono vantare diritti sulle
strutture materiali dell'azienda, non certo sui beni immateriali che
sono l'azienda stessa ed i suoi uomini. Questi semmai possono essere
conquistati con l'autorevolezza, che è patrimonio di chi sa fare, e
non certo con l'autorità, che è sempre sbandierata da chi ha i
gradi ma non la competenza. Nessuno mai sarà motivato a lavorare
per il figlio del pioniere se non ha i numeri. Il ricordo delle
belle cose dei padri, volontà e umiltà, da solo non basta per
supportare figli che di quella volontà e di quella umiltà poco o
nulla hanno ereditato, fatte salve, ovviamente e per fortuna, le
debite eccezioni.