CHE
COS'E' UN ARCIERE SENZA UN BERSAGLIO? NULLA.
Quando
si trattano temi di management, scrivendo sulle pagine di una
rivisita economica si corre il rischio di essere considerati dei
teorici, come di giornalisti/studiosi staccati dalla pratica
quotidiana che è …"un'altra cosa!". Nella migliore
delle ipotesi molti lettori arrivano alla fine dell'articolo
sospirando: "Sarebbe bello se fosse possibile!".
Chi scrive crede di fare cosa utile affrontando il tema di questo
articolo in buona compagnia di chi per decenni è stato in trincea,
nella vita pratica dunque, ricoprendo in aziende di tutto rispetto
il ruolo di responsabile delle risorse umane. L'intervista che segue
è stata rilasciata dal Dr. Sergio Marchesini, sociologo del lavoro
ed esperto in psicologia aziendale. Autore di numerose pubblicazioni
riguardanti le risorse umane. Responsabile per più di trentanni
delle strutture funzionali Formazione e Qualità della più
importante azienda italiana operante nel settore delle
comunicazioni.
La determinazione di rivolgere ad un uomo delle risorse umane
piuttosto che ad un tecnologo alcune domande che hanno a che fare
con lo sviluppo dell'impresa nasce dalla convinzione che è sulle
risorse umane che si dovrà soprattutto agire nel futuro, prossimo e
remoto, per poter incidere efficacemente sui processi evolutivi
dell'impresa.
Dr.
Marchesini, come è possibile aiutare le aziende italiane, in larga
parte medio-piccole, a dotarsi di un approccio metodologico che
accresca la loro efficienza?
Innanzi tutto occorre cambiare l'atteggiamento di fondo nei
confronti delle R.U. e rovesciare per così dire, il paradigma
rispetto alla concezione che tradizionalmente si ha dell'Azienda.
Mi spiego meglio: da sempre i tre pilastri che reggono l'edificio
organizzativo, peraltro mutuati dall'economia classica: natura e
tecnologia, capitale e risorse umane (io aggiungerei per completezza
anche i processi e regole di funzionamento interno) non sono mai
stati considerati sullo stesso piano sotto il profilo
dell'attuazione e della loro valorizzazione.
Mentre le risorse hardware (tecnologia e capitale) nonché quelle
software (processi e metodi) sono stati sempre vissute come
variabili indipendenti e perciò privilegiate, il fattore umanware (R.U.)
è storicamente considerato invece come variabile dipendente e, di
conseguenza, destinato a ricoprire un ruolo "ancillare"
rispetto ai primi due fattori. Questo atteggiamento di fondo, che è
sociale e culturale ad un tempo, informa di sé i presupposti di
tutti i modelli organizzativi che hanno caratterizzato la dinamica
economica: da Taylor fino ai moderni approcci collegati ai sistemi
di assicurazione qualità come ISO.
Con questo non voglio dire che questa filosofia fosse errata, anzi
….. Diciamo che esprimeva all'interno di mercati statici e
relativamente competitivi un'esigenza di fondo: quella di
considerare determinante, per acquisire vantaggio competitivo, la
qualità intrinseca del prodotto/servizio a costi relativamente
contenuti. Con l'avvento della new economy e del mercato globale
sono altri i fattori che "fanno la differenza"; sto
riferendomi alle "risorse invisibili" ovvero a quei
contributi di intuito, capacita di innovazione e di creatività che
sono intrinsechi alla "soggettività" nella forza lavoro.
Tutte attitudini latenti e potenzialmente presenti nelle R.U. e per
anni sacrificate ad approcci gestionali che richiedevano ai
collaboratori soprattutto capacità espressive di tipo quantitativo
e ripetitivo, conseguenti a mere attuazioni di strategie manageriali
statiche e, per così dire, preconfezionate. In uno slogan, si
chiedeva ai collaboratori di "lasciare il cervello
nell'armadietto", perché c'era qualcuno, il capo responsabile,
che "pensava" per lui. Tutto il modello fordista va in
questa direzione.
Ora, se questo approccio metodologico ha senso laddove ci si avvale
della collaborazione di risorse a bassa scolarizzazione e latrici di
un progetto di vita che, senza scomodare la Scala di Maslow, punta
unicamente alla soddisfazione di bisogni eminentemente economici,
oggi con l'avvento di nuove generazioni più colte e meno facilmente
influenzabili dalla mera componente salariale, occorre creare in
azienda dei meccanismi di partecipazione ai processi operativi
(sottolineo operativi e non strategici, perché questi ultimi sono
la vera prerogativa del manager) che consentono, attraverso una
maggiore motivazione della R.U., il naturale dispiegarsi di quello
che è definibile "creativity thinking" (pensiero
creativo).
A mio parere, molte aziende oggi, si avvalgono di approcci
metodologici inadeguati a fronteggiare con successo le sfide dettate
dalla globalizzazione economica. Occorre, per esempio, che la
tradizionale pianificazione strategica venga integrata dal
"pensiero strategico" volto a sviluppare più motivati
atteggiamenti e, conseguentemente, più aggiornati comportamenti
organizzativi indirizzati verso una managerialità dinamica,
utilizzando "tools" operativi che ci consentano di meglio
approcciare le nuove problematiche del lavoro.
Quali
tipi di strumenti?
Occorre rifarsi ad alcuni dei moderni indirizzi di politica
direzionale contenuti nel variegato corpo concettuale che si vuole
correntemente denominare total quality management come la conduzione
per obiettivi (M.B.O.), la gestione strategica del quotidiano
lavorativo, che ha come riferimento un importante strumento di
coinvolgimento partecipativo del personale come il CEDAC (cause
effect diagram with additional card); il presidio dei processi
operativi; la centralità del cliente, monitorata attraverso mirati
interventi di customer satisfaction.
La
mia esperienza mi induce a dire che senza obiettivi non si va da
nessuna parte e per quanto possa sembrare impossibile, in larga
parte delle aziende non sono definitio gli obiettivi. Ed in quelle
che possono dire di avere obiettivi chiari, sotto il profilo
generale, mancano quelli individuali. In altri termini il MBO, a
molti anni dalla sua teorizzaizone, rimane inapplicato.
E' vero , sembrerà strano, ma nella pratica aziendale, stabilire
gli obiettivi è un'attività piuttosto empirica e molto diversa,
come procedura, da un 'azienda all'altra. La letteratura
manageriale, però, insiste sul fatto che la corretta affissione
degli obiettivi è un'attività fondamentale ai fini di una corretta
applicazione delle strategie. Ove tale pratica sia formalmente
consolidata, richiede l'applicazione della metodologica del "policy
deployment" con i necessari adattamenti alle specifiche realtà.
Un puntuale processo di policy deployment richiede la scomposizione
delle politiche aziendali, formulate nel piano (normalmente
triennali), in una serie gerarchica di obiettivi e sub obiettivi a
livelli sempre più analitici. L'attività in essere consente di
individuare degli indicatori di prestazione che siano tipici dei
compiti assegnati ai diversi ruoli aziendali.
Scaturiscono così le specifiche politiche per le aree e le singole
unità di business, articolate per aree di intervento, responsabilità,
risorse e tempi (processo di budgeting).
D'altra parte come si può pretendere il massimo impegno dei nostri
collaboratori senza un loro capillare coinvolgimento nella fase
pianificatoria delle strategie. Il Policy Deployment è, a mio
parere, uno strumento gestionale che soddisfa in pieno questa
fondamentale esigenza.
Esiste,
nella pratica, un numero strandard di obiettivi?
Occorre fissare pochi obiettivi critici. Si potrebbe affermare che
l'efficacia degli obiettivi sia inversamente proporzionale al loro
numero; in quanto, fissando troppi obiettivi si rischia di
disperdere l'attività in più rivoli e si finisce per disorientare
i collaboratori che, in ultima analisi, hanno il compito di
perseguirli.
Le azioni devono invece essere orientate e concentrate verso gli
obiettivi che davvero contano (goals). Ovviamente non esiste una
regola assoluta sul numero degli obiettivi che il management deve
assegnare: un sano buon senso ci suggerisce, però, che non
dovrebbero essere più di cinque (per collaboratore e per anno) di
cui almeno due dovrebbero riguardare l'orientamento ed il grado di
attenzione verso il cliente esterno, opportunamente misurati con
strumenti di customer satisfaction e la soddisfazione del personale,
valutata con mirate indagini di clima interno.
Può
precisare con maggior dettaglio le modalità di misurazione degli
obiettivi?
Ciascun obiettivo deve essere quantificato, chiaramente descritto e
deve sempre essere ben specificata la data di conseguimento.
Formulazioni del tipo "obiettivo della struttura è una buona
redditività" oppure "si dovrà porre massima attenzione
all'aumento di produttività" non soltanto hanno in sé poco
significato, ma si prestano a malintesi da parte dei collaboratori
ponendo problemi in sede di valutazione consuntiva.
L'obiettivo dovrebbe invece esser così correttamente enunciato:
"Margine operativo lordo della struttura (annuale): mil. lire
x; possibili gradi di conseguimento: MIN= Budget + 0,5%=MED; + 1,0%=MAX.
Quale
deve essere il grado di "difficoltà degli obiettivi"
Occorre fissare obiettivi sfidanti, ma non frustranti, poiché
obiettivi tropo facilmente raggiungibili generano nei collaboratori,
pigrizia e rilassatezza; quelli eccessivi, invece, finiscono per
demoralizzare il personale e per togliere significato allo stesso
sistema premiante (a causa del mancato riconoscimento economico), se
l'obiettivo risulta nei fatti non raggiungibile.
L'obiettivo è sfidante quanto richiede il giusto impegno superiore
alla media delle performance richieste.
Nel fissare gli obiettivi occorre, quindi, senso della misura e
grande equilibrio. Occorre inoltre evitare che il tentativo da parte
dei collaboratori di raggiungere in ogni caso lo standard richiesto,
determini conseguenze negative per l'organizzazione.
In questo caso, è illuminante la situazione classica del
responsabile di produzione che compromette la qualità dei
prodotti/servizi perché vuole raggiungere a tutti i costi il volume
di quantità programmata.
Obiettivi
come mezzi o come fini?
Gli obiettivi devono esser sempre riferiti ai risultati ed i mezzi
più efficaci che dispone il manager per conseguirli sono il
coinvolgimento e la partecipazione dei collaboratori che
costituiscono le chiavi della motivazione.
Questo perché gli obiettivi imposti lascino il tempo che trovano.
E' necessario coinvolgere i dipendenti già nel momento della
definizione dei "criteri di misurazione" perché così
saranno resi pienamente partecipi del loro conseguimento.
E' evidente, però, che non bisogna incorrere nell'errore contrario:
un manager non deve mari attenersi strettamente a ciò che i
collaboratori propongono, ne andrebbe della sua credibilità in
termini di autorevolezza.
La metodologia nota come management by objectives (MBO) si fonda,
infatti, su chiari principi negoziali di "partecipazione
dialettica" tra manager e collaboratore.
Qual
è il segreto di un'efficace gestione dell'MBO?
Non esiste, a mio parere, una ricetta valida per tutte le stagioni.
Ritengo però che un continuo dialogo con il collaboratore "nel
durante" possa garantire il risultato. In altri termini il
manager non deve limitarsi al controllo finale (ex post) ma seguire
costantemente le attività finalizzate al conseguimento degli
obiettivi prefissati.
Il controllo in "itinere" può essere informale (molto
spesso può risultare sufficiente una chiacchierata al bar ...) o
formalizzato con riunioni mensili o attraverso report periodici. I
collaboratori debbono esser incoraggiati ed indirizzati, corretti se
sbagliano, lodati e confermati nelle loro azioni se si comportano
bene.
Vorrei concludere queste sintetiche riflessioni sull'MBO, ricordando
come questo strumento gestionale, se correttamente utilizzato dal
manager, consenta di conseguire notevoli vantaggi aldilà degli
stessi risultati di business.
Voglio dire che il coinvolgimento attraverso il dialogo con il
personale aumenta l'autorevolezza del manager contribuendo così a
legittimare in azienda la sua autorità.
Dobbiamo infatti ricordare che l'autorità formale non costituisce
di per sé, una certezza; essa è piuttosto una probabilità che
qualcuno si adegui, riconoscendola, alla nostra volontà. Ecco perché
l'autorità (e quindi il gestore) hanno sempre bisogno di essere
"riempiti" di autorevolezza la quale si ottiene con il
dialogo, il coinvolgimento e la partecipazione dei collaboratori che
l'azienda ci ha assegnato e che un buon manager deve cercare di
educare e fare crescere nell'interesse di tutta l'organizzazione.
In quanto senso l'MBO è un'ottima palestra.
Franco
Tagliente
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