LA
MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE
ovvero
l'inarrestabile declino di una figura professionale, quella
dell'agente di commercio
Quando
il solo atto del vendere non si rivela più sufficiente a garantire
il successo del prodotto, occorre andare al centro del problema per
riscoprire, ancora una volta, il valore della relazione. "Dal
produttore al consumatore", un vecchio slogan ritornato attuale
in questi anni per la semplice ragione che non c'è più spazio
nella catena distributiva per figure intermedie che non creino reale
valore aggiunto. C'è da domandarsi quale sia il valore aggiunto di
un agente di commercio che visita periodicamente i rivenditori di un
certo prodotto, per mostrare loro i cataloghi della casa mandante e
per raccogliere ordini, in un'epoca in cui queste attività possono
benissimo essere realizzate "on line" con Internet. Se le
nuove tecnologie informatiche rendono superfluo certi interventi
dell'uomo ciò non significa che egli sia escluso dai processi
economici, ma semmai che il suo contributo diventa necessariamente
più qualificante se ed in quanto si concretizza in funzioni a reale
valore aggiunto.
Quale può essere questo reale ulteriore valore se non quello creato
dalla capacità di relazionare, prerogativa esclusiva dell'uomo e
non anche della macchina? Se questo è vero, c'è da chiedersi
allora se gli agenti di commercio, rispettabile categoria
professionale, siano oggi un reale mezzo di relazione fra le aziende
mandanti ed i distributori ed in ultima analisi i clienti. Fatte
salve le debite e doverose eccezioni, la mia esperienza mi induce a
dire che da tempo ormai gli agenti di commercio ricoprono nell'area
commerciale della distribuzione un ruolo appannato, vivendo molto di
rendita grazie al lavoro sicuramente proficuo svolto nel passato ma
oggi non più rinnovato da altri impulsi, quelli di una reale
capacità di relazione in linea con i tempi attuali. Ne ho
analizzato le cause e credo che quelle più rilevanti siano la
fretta, il culto della quantità e la perdita di motivazione. Per
certi versi sono tre cause strettamente collegate fra di loro. La
prima ha a che fare con il "time to market", quella
condizione cioè in cui versano tutte le aziende e che le spinge ad
accelerare tutti i processi decisionali ed esecutivi in nome di un
impulso inarrestabile ad arrivare prima per soddisfare un bisogno il
cui scandaglio psicologico richiederebbe una trattazione a parte.
La seconda riguarda la sciagura che soprattutto nell'ultimo secolo
ha investito l'economia mondiale condizionando tutte le sue
espressioni perseguendo la logica della quantità prima ancora che
della qualità. Se l'economia di scala è stata la madre
dell'economia del secolo passato, quale sarà quella del secolo
entrante? C'è chi crede che Internet sia la panacea ed io credo che
per certi versi lo possa anche essere; ma non credo che riuscirà a
colmare quel bisogno fondamentale che è radicato in ciascuno di
noi, quello di relazionare "di persona" con gli altri,
occhi negli occhi. Condividere questa convinzione implica da parte
delle aziende effettuare scelte riguardanti la forza vendita per
niente facili giacchè conducono tutte verso una figura
professionale tanto motivata a relazionare in nome e per conto della
"sua azienda" quanto ormai solo pochi agenti mono o
plurimandatari sanno fare. In altri termini credo che non si possano
più sviluppare piani di marketing, produttivi e commerciali, che
coinvolgono tutte le funzioni aziendali magari in modo estremamente
efficiente, per poi mettere il frutto del loro lavoro in mani che
non riescono più ad essere efficaci per la semplice ragione che non
sono più "rappresentative" dell'azienda mandante. Quale
motivazione sorregge il loro operato se non il ritorno provvigionale?
Possono gli attuali agenti fare affidamento su altri stimoli quando
non riescono a vivere la vita dell'azienda se non per ritagli di
tempo, durante rare riunioni di presentazione del campionario e
attraverso incontri sporadici con capi area e responsabili alle
vendite? Può un'azienda sperare di motivare questa funzione di
relazione oggi ancor più importante di ieri utilizzando i soliti
strumenti? Non lo credo e non credo neppure che si possa risolvere
la questione aumentando il numero delle riunioni o il numero dei
capi area.
Credo invece che sia l'intera figura professionale che vada
"ricreata" e per fare questo occorre agire all'interno
dell'azienda prima che all'esterno, per arrivare a formare risorse
proprie in nome di un comune sentire e non solo per un comune avere,
per poter fare affidamento su uomini/azienda che pensino ad essa
dall'inizio della giornata sino alla fine e che quando visitano i
clienti lo facciano non già per compilare un copia-commissione, ma
per mantenere in vita un rapporto umano prima ancora che
professionale, per avvicinare gli uomini della produzione e degli
uffici con quelli del magazzino o del negozio, per far vivere a
distanza il loro impegno e le loro aspettative, in una parola per
valorizzare il lavoro. Diversamente operando, la massa sempre
maggiore di prodotti rimarrà indistinta sugli scaffali e nessuno
sentirà mai l'impulso a proporre una cosa piuttosto che un'altra
giacché, alla fine sono tutte uguali più o meno. Crediamo che la
differenza sia determinata dal prezzo quando invece va cercata nella
qualità non solo del prodotto in sé ma del modo con cui viene
emotivamente proposto. Crediamo che la pubblicità sia ancora
l'anima del commercio e non ci rendiamo conto che la nuova pubblicità
si chiama relazione e che questa, quando è autentica, non ha
bisogno di ripetuti spot plagianti giacchè dura nel tempo. Crediamo
di risparmiare o di correre meno rischi dotandoci di agenti a
provvigione piuttosto che di dipendenti e così facendo riceviamo
poco perché diamo poco, soprattutto sotto il profilo della fiducia.
Se invece volessimo realmente creare una squadra di uomini d'azienda
motivati a promuoverla sul mercato, non dovremmo temere di sbagliare
tanto da non cambiare il nostro modo di costruire i nuovi venditori.
Franco
Tagliente
Fra
le aziende che Studio Tagliente segue da diverso tempo, una di
queste, operante nel settore dell'abbigliamento, ha avuto un
percorso di crescita che è esemplificativo di quanto appena
affermato. La produzione "tradizionale" è da anni
distribuita ai grossisti attraverso l'utilizzo di agenti
plurimandatari. Avendo queste linee una storia consolidata e una
qualità di produzione ampiamente riconosciuta dal mercato le
difficoltà per i venditori sono state sempre molto contenute. Il
buon successo dei prodotti faceva sì che nella mente degli agenti,
anche se plurimandatari, questi fossero posizionati in cima ai loro
pensieri. Negli ultimi tempi, ricerche di mercato ed analisi sullo
stile di consumo dei potenziali acquirenti avevano evidenziato lo
spazio per la creazione di una nuova linea di prodotti ben connotata
e decisamente diversa da quelle esistenti, da avviare al mercato
attraverso il canale dei dettaglianti e non dei grossisti. La scelta
commerciale fu anche in questo caso quella di avvalersi di
plurimandatari con esiti però alquanto diversi. La forza vendita si
rivelò cioè poco interessata a comunicare gli elementi
differenzianti di questa linea, innescando un circolo vizioso o come
dice Watzlawick, creando una "profezia che si autorealizza"
confondendo la loro scarsa propensione alla relazione con i
commercianti, con l'indifferenza di questi verso le nuove proposte.
Le sorti del prodotto erano quindi segnate, in quanto qualsiasi
agente effettua una spinta propositiva nei confronti dei prodotti
"in borsa", in maniera direttamente proporzionale al
ritorno economico che ne ha dagli stessi. In questo caso la spinta
fu molto bassa giacchè la nuova linea di abbigliamento scontava la
difficoltà di introduzione sul mercato e quindi generava scarsi
volumi e dunque scarse provvigioni. In altri termini gli agenti non
erano motivati ad investire il tempo necessario a far decollare la
linea. Come spesso accade è dagli errori che si trova la forza di
risorgere ed è stato così che l'azienda interrogatasi sui perchè
dell'insuccesso, individuò nella forma e nello stile di vendita le
cause dell'accaduto. Se il panorama competitivo in costante
evoluzione richiedeva nuovi approcci forse era il casi di chiedersi
che cosa avesse valore nel mercato per quelle aziende che non
dispongono di budget miliardari da dedicare alla comunicazione. La
risposta fu chiara ed immediata: era il valore della relazione la
variabile che avrebbe consentito di fare la differenza. Fu così che
gli agenti furono sostituiti da persone interne, definiti
"uomini di relazione", la cui funzione principale era
quella di intessere dei rapporti di conoscenza con i potenziali
acquirenti, perchè solo così facendo tutte le linee potevano
trovare pari dignità ed avere il tempo e lo spazio per farsi
conoscere ed apprezzare dal mercato. Fu un processo lento, ma
progressivo, come lo sono tutti quelli che danno risultati di
valore.