Fu
così che giocarono Rosso ed anche l'altra squadra rispettò i patti
: così finì che vinsero entrambe.
Sembrerebbe
la cronaca di un match fra due squadre avversarie che fanno tattica
negli spogliatoi preparandosi ad ingaggiare una partita
"truccata" da accordi sottobanco.
Ed invece è quella di una esercitazione fra due gruppi di
dipendenti di un'industria veneta che ha preso atto del fallimento
del progetto qualità intrapreso al solo fine di ottenere la
certificazione Iso 9000. Ed ora nel fare un bilancio di un anno di
lavoro inutile ha compreso quanto sia necessario diventare
un'azienda "di qualità" rispettando non solo la forma
delle procedure dettate dal manuale ma anche la sostanza migliorata
da quella qualità dei rapporti umani che si ottiene se sono sentiti
e non subiti.
Sino ad oggi, ogni sei mesi l'ispettore ha preso atto che tutto era
conforme alle norme lasciando però alle sue spalle più di un
miliardo di resi all'anno per difettosità e questi alla fine pesano
sul bilancio tanto da poter far crollare l'azienda certificata né
più e né meno che non lo fosse, con l'unica consolazione di poter
dire di se stessa d'essere un'azienda fallita con qualità!
Ce ne sono parecchie di situazioni del genere ed attribuirne le
colpe a superficiali società di consulenza in ISO, a frettolosi
ispettori d'enti certificatori, a incapaci responsabili
assicurazione qualità non serve a nulla se non ci si interroga
prima sulle motivazioni che convincono un imprenditore a richiedere
la certificazione.
Sicuramente
non sono pochi quelli che sono giunti a questa determinazione perché
profondamente convinti di meritare il riconoscimento di un percorso
fatto con tutti gli uomini della loro azienda rivolto al
miglioramento continuo generato dalla consapevolezza. Sicuramente
sono imprenditori illuminati dal loro convincimento prima ancora che
dall'opportunità o dalla costrizione. Probabilmente hanno
intrapreso il lungo cammino verso la vera qualità ancor prima che
di certificazione si parlasse ad ogni piè sospinto a proposito ed a
sproposito. Hanno iniziato quel lungo cammino perché sono partiti
da ciò che era dentro di loro e non al di fuori: hanno guardato in
casa propria e si sono fatti tante domande alle quali hanno saputo
dare oneste risposte per arrivare ad un'unica convinzione che è
quella di chi sa che per cambiare occorre vedere per primi i propri
limiti e le proprie debolezze e solo dopo, molto dopo, le proprie
forze.
E' un imprenditore di questi che mi ha chiesto di intervenire per
ridurre quel miliardo di resi per difettosità. Ha compreso ciò che
gli dissi il giorno in cui gli sottoposi il programma di lavoro da
svolgere con i suoi uomini: "Prima ancora di sapere ciò che i
suoi uomini fanno, mi interessa sapere chi sono e percepire da loro
che significato attribuiscono alla parola qualità e cosa questa
significhi per loro e per la loro vita prima ancora che per la sua
azienda". Lui comprese e non mostrò il minimo cenno di stupore
quando gli illustrai il mio programma e gli parlai di mandàla, di
creta e di pittura, di canto e di esercizi di respirazione ed anche
del psicodramma di Moreno potenzialmente utile anche per i gruppi di
lavoro dei suoi uomini e condivise anche il mio pensiero quando lo
sfidai con: " Non potrò fare peggio di quanto non abbia fatto
sino ad ora il manuale della qualità appioppato come un decalogo
biblico".
Fu così che incominciai a lavorare con i suoi "ragazzi",
come li chiama lui, e fu per me come se fosse la prima volta anche
se in 5 lustri ho conosciuto tanti impiegati, operai, dirigenti ed
imprenditori da poter formare un esercito purtroppo simile più
spesso a quello di Franceschiello che a quello di CeccoPeppe.
Lo dico con tutto il rispetto e l'affetto per ognuno di loro ma
anche con la sofferenza di chi sa dove stia di casa il virus delle
disfatte prossime per molti cioè nella presunzione che si basa sui
successi del passato che rende miopi al futuro, quel futuro che
premia l'intelligenza e l'umiltà e non più solo l'orgoglio del
lavoro a testa bassa.
Con questo nel cuore, iniziai un pomeriggio riunendo in una sala più
di venti fra capi-reparto e capi- macchina. Si aspettavano che
riferissi delle mille contestazioni fatte da clienti insoddisfatti
per indagare su ragioni tecniche e disorganizzazioni varie. Ed
invece esordii leggendo la Genesi, lì dove si parla della
somiglianza dell'uomo a Dio. Per qualche minuto mi presero per un
prete in borghese ma presto compresero il senso delle mie parole e
fu così che il "feeling" fra me e loro partì alla grande
e dell'azienda non parlammo neanche per un minuto giacchè era di
loro che mi stavo prendendo cura e questo li motivava come
null'altra cosa riesce a fare. Avrei potuto fare diversamente? Può
forse ottenersi una qualche qualità escludendo l'uomo? O forse può
essere soppiantato dalle macchine al punto tale da rendere la sua
somiglianza a Dio una inutile caricatura?
Chi mi legge forse potrà rimanere incredulo nel sentire che gente
semplice abbia saputo trovare in sé la forza dello spirito per
affrontare con me la qualità del lavoro non in nome di un salario o
per piaggeria nei confronti del loro capo ma perché convinta che la
qualità sia l'essenza stessa della vita.
Con queste premesse e dopo che ciascuno di loro disse a me ed agli
altri cosa intendeva per qualità, rivelando una profondità nel
sentire seconda solo a quella di colti filosofi greci, proposi loro
di giocare ad un esercizio il cui scopo non anticipai ma che presto
si svelò quale mezzo per comprendere il valore della condivisione,
del rispetto, della forza della squadra che sa vincere i sentimenti
negativi.
Con
commozione quell'esercizio terminò e nessuno di loro lasciò la
sala di fretta. Per la prima volta nella loro vita di lavoratori
qualcuno aveva parlato loro come uomini somiglianti a Dio e non come
luciferiche macchine. Con queste premesse il lavoro che ci attendeva
avrebbe dato i risultati di qualità voluti, a prescindere dall'Iso.
La riunione finì con un proverbio veneto che uno di loro ci ricordò:
"Chi lese el carteo no magna vedeo" (*)
Franco
Tagliente