GIOCARSI TUTTI

Fatti non foste per viver come bruti.
Qualità, conquista di uomini, non di manuali.

  • Giochiamo Rosso così li freghiamo!
  • No! Giochiamo Blu: i patti vanno rispettati.
  • Ma come fai ad essere sicuro che loro rispetteranno i patti?
  • Noi li rispetteremo e loro facciano quello che vogliono.

Fu così che giocarono Rosso ed anche l'altra squadra rispettò i patti : così finì che vinsero entrambe.

Sembrerebbe la cronaca di un match fra due squadre avversarie che fanno tattica negli spogliatoi preparandosi ad ingaggiare una partita "truccata" da accordi sottobanco.
Ed invece è quella di una esercitazione fra due gruppi di dipendenti di un'industria veneta che ha preso atto del fallimento del progetto qualità intrapreso al solo fine di ottenere la certificazione Iso 9000. Ed ora nel fare un bilancio di un anno di lavoro inutile ha compreso quanto sia necessario diventare un'azienda "di qualità" rispettando non solo la forma delle procedure dettate dal manuale ma anche la sostanza migliorata da quella qualità dei rapporti umani che si ottiene se sono sentiti e non subiti.
Sino ad oggi, ogni sei mesi l'ispettore ha preso atto che tutto era conforme alle norme lasciando però alle sue spalle più di un miliardo di resi all'anno per difettosità e questi alla fine pesano sul bilancio tanto da poter far crollare l'azienda certificata né più e né meno che non lo fosse, con l'unica consolazione di poter dire di se stessa d'essere un'azienda fallita con qualità!
Ce ne sono parecchie di situazioni del genere ed attribuirne le colpe a superficiali società di consulenza in ISO, a frettolosi ispettori d'enti certificatori, a incapaci responsabili assicurazione qualità non serve a nulla se non ci si interroga prima sulle motivazioni che convincono un imprenditore a richiedere la certificazione.

Sicuramente non sono pochi quelli che sono giunti a questa determinazione perché profondamente convinti di meritare il riconoscimento di un percorso fatto con tutti gli uomini della loro azienda rivolto al miglioramento continuo generato dalla consapevolezza. Sicuramente sono imprenditori illuminati dal loro convincimento prima ancora che dall'opportunità o dalla costrizione. Probabilmente hanno intrapreso il lungo cammino verso la vera qualità ancor prima che di certificazione si parlasse ad ogni piè sospinto a proposito ed a sproposito. Hanno iniziato quel lungo cammino perché sono partiti da ciò che era dentro di loro e non al di fuori: hanno guardato in casa propria e si sono fatti tante domande alle quali hanno saputo dare oneste risposte per arrivare ad un'unica convinzione che è quella di chi sa che per cambiare occorre vedere per primi i propri limiti e le proprie debolezze e solo dopo, molto dopo, le proprie forze.
E' un imprenditore di questi che mi ha chiesto di intervenire per ridurre quel miliardo di resi per difettosità. Ha compreso ciò che gli dissi il giorno in cui gli sottoposi il programma di lavoro da svolgere con i suoi uomini: "Prima ancora di sapere ciò che i suoi uomini fanno, mi interessa sapere chi sono e percepire da loro che significato attribuiscono alla parola qualità e cosa questa significhi per loro e per la loro vita prima ancora che per la sua azienda". Lui comprese e non mostrò il minimo cenno di stupore quando gli illustrai il mio programma e gli parlai di mandàla, di creta e di pittura, di canto e di esercizi di respirazione ed anche del psicodramma di Moreno potenzialmente utile anche per i gruppi di lavoro dei suoi uomini e condivise anche il mio pensiero quando lo sfidai con: " Non potrò fare peggio di quanto non abbia fatto sino ad ora il manuale della qualità appioppato come un decalogo biblico".
Fu così che incominciai a lavorare con i suoi "ragazzi", come li chiama lui, e fu per me come se fosse la prima volta anche se in 5 lustri ho conosciuto tanti impiegati, operai, dirigenti ed imprenditori da poter formare un esercito purtroppo simile più spesso a quello di Franceschiello che a quello di CeccoPeppe.
Lo dico con tutto il rispetto e l'affetto per ognuno di loro ma anche con la sofferenza di chi sa dove stia di casa il virus delle disfatte prossime per molti cioè nella presunzione che si basa sui successi del passato che rende miopi al futuro, quel futuro che premia l'intelligenza e l'umiltà e non più solo l'orgoglio del lavoro a testa bassa.
Con questo nel cuore, iniziai un pomeriggio riunendo in una sala più di venti fra capi-reparto e capi- macchina. Si aspettavano che riferissi delle mille contestazioni fatte da clienti insoddisfatti per indagare su ragioni tecniche e disorganizzazioni varie. Ed invece esordii leggendo la Genesi, lì dove si parla della somiglianza dell'uomo a Dio. Per qualche minuto mi presero per un prete in borghese ma presto compresero il senso delle mie parole e fu così che il "feeling" fra me e loro partì alla grande e dell'azienda non parlammo neanche per un minuto giacchè era di loro che mi stavo prendendo cura e questo li motivava come null'altra cosa riesce a fare. Avrei potuto fare diversamente? Può forse ottenersi una qualche qualità escludendo l'uomo? O forse può essere soppiantato dalle macchine al punto tale da rendere la sua somiglianza a Dio una inutile caricatura?
Chi mi legge forse potrà rimanere incredulo nel sentire che gente semplice abbia saputo trovare in sé la forza dello spirito per affrontare con me la qualità del lavoro non in nome di un salario o per piaggeria nei confronti del loro capo ma perché convinta che la qualità sia l'essenza stessa della vita.
Con queste premesse e dopo che ciascuno di loro disse a me ed agli altri cosa intendeva per qualità, rivelando una profondità nel sentire seconda solo a quella di colti filosofi greci, proposi loro di giocare ad un esercizio il cui scopo non anticipai ma che presto si svelò quale mezzo per comprendere il valore della condivisione, del rispetto, della forza della squadra che sa vincere i sentimenti negativi.

Con commozione quell'esercizio terminò e nessuno di loro lasciò la sala di fretta. Per la prima volta nella loro vita di lavoratori qualcuno aveva parlato loro come uomini somiglianti a Dio e non come luciferiche macchine. Con queste premesse il lavoro che ci attendeva avrebbe dato i risultati di qualità voluti, a prescindere dall'Iso.
La riunione finì con un proverbio veneto che uno di loro ci ricordò: "Chi lese el carteo no magna vedeo" (*)

Franco Tagliente

 

(*) chi legge il cartello non mangia il vitello.