L'ECONOMIA STRUMENTO DI FRATELLANZA

Il lavoro degli immigrati, una grande opportunità per imprenditori illuminati

Parlo di emigrazione, alle tre di un pomeriggio di metà agosto, in una piazza di un paese pugliese, nel cuore delle Murge con un posteggiatore male in arnese che si difende dal caldo dei 43 gradi sotto un cappelluccio con visiera di cartone ricevuto dal Comune insieme al contratto di lavoro a termine quale "addetto ai parcheggi comunali di piazza". Nonostante il caldo sahariano non perdo l'occasione di parlare con lui spinto da una frase che pronuncia nel venirmi incontro quando scendo dalla macchina: "Mannaggia la fatica". A quell'ora nessun altro ha la malsana idea di parcheggiare in quella piazza e così c'è tempo per affrontare il tema del lavoro che da sempre è motivo di vanto per le genti del nord e di sopportazione per quelle del sud, come se la maledizione biblica del "sudore della fronte" Dio l'avesse indirizzata solo ai Padani e simili e non anche ai Terroni e ai Neri dell'Africa. Esordisco con una proposta: "Perché non vieni a lavorare a Treviso anziché essere precario qui?". Mi risponde: "Perché non c'è convenienza". Ha numeri molto chiari in testa e sa bene qual'è la remunerazione di un operaio al Nord, quanto costa vitto e alloggio, quanto si spende per il treno andata e ritorno. Quando l'esposizione alla fine evidenzia che tra una cosa e l'altra il vantaggio sarebbe di sole trecentomila lire al mese, non posso che dargli ragione: in effetti sono poca cosa per pagare la lontananza da casa e sopportare le angherie di "gente che non ama i terroni". Lo saluto con un sorriso e non provo nemmeno a fargli cambiare opinione sul lavoro e sui veneti: in fin dei conti seppure io sia trevigiano ho anch'io quelle radici e so bene quanto sia difficile dialogare con imprenditori e dirigenti d'azienda del Nord-Est. La disoccupazione al Sud è un dato che emerge nelle statistica ma nella realtà non è tale da far sperare di trasferire al nord un numero tanto significativo di "cosiddetti disoccupati" da poter coprire l'offerta di lavoro del Nord. Che fare dunque se il Sud non risponde? Il nero, il marrone ed il giallo sono diventati da qualche tempo, come d'improvviso, colori di moda. "Immigrati di tutto il mondo unitevi!" Sembrerebbe questo lo slogan più adatto per parlare di quello che qualcuno definisce "la katarsi dell'occidente nel terzo millennio", descrivendo i mille problemi che dovremo affrontare noi bianchi ed anziani negli anni futuri e prospettando soluzioni al tema della nostra convivenza con altri uomini di diverse etnie: capacità che dovremo acquisire per evitare tensioni ed intolleranze forse ben superiori alla nostra immaginazione. E' l'impenditore il primo chiamato in causa nell'affrontare il tema dell'immigrazione e dell'integrazione per la semplice ragione che è l'economia quella che unisce o separa più di ogni altra cosa gli uomini. Basti pensare a quanto tempo della nostra vita trascorriamo lavorando in un'azienda o in un'altra organizzazione che comunque agisce rispondendo a regole economiche: più di un terzo del nostro tempo lo spendiamo lavorando al fianco di altri uomini, per produrre beni o servizi che serviranno ad altri uomini, adoperando beni e servizi prodotti da altri uomini ancora. C'è forse una qualche attività che interconnette così strettamente gli uni agli altri come quella economica? Se è dunque nella sfera dell'economia che si incontrano gli uomini accomunati dal valore della fratellanza così come in quella spirituale e giuridica si ritrovano i valori della libertà e dell'uguaglianza, l'imprenditore non può abdicare ad un ruolo sociale che lo vede impegnato ad affrontare il tema del lavoro con uno spirito molto diverso da quello che lo ha animato sino ad oggi. Quando si parla di lavoro infatti si parla di uomini e non di macchine e non si può pensare di avvalersi dell'opera di un uomo remunerandolo solo con del denaro e dimenticandosi di altri bisogni fondamentali quali quello di appartenenza e di riconoscimento sociale. Non è necessario ricorrere alla scala dei bisogni di Maslow per comprendere quanto importante sia per ciascuno di noi vedersi riconoscere nel proprio ruolo e sentire di far parte di un ente sociale nello svolgerlo. Diversamente, agiremmo come macchine, demotivati, privi di spirito. Qualcuno oggi forse ha perso il rapporto con il tempo e non si rende conto che non sono uomini solo i bianchi e non considera adeguatamente che lavoratori sono tutti coloro che "offrono" lavoro e non come abitualmente si dice "domandano" lavoro. E' un distorto pensare infatti quello di chi interpreta il lavoro come una "concessione" di un imprenditore. E' corretto invece considerarlo come un'offerta più che una domanda giacchè è nel dare che ogni lavoratore si mette in relazione con la sua azienda e con gli altri. Ma la qualità del dare è funzione di tante variabili quante se ne possono immaginare, prima fra le quali quella del modo con cui l'imprenditore si mette in relazione con i suoi uomini, bianchi, neri, marrone o gialli che siano. E non è pensabile che uno di loro sia oggetto di attenzione da parte dell'impresa solo per le ore in cui lavora senza che ci si interessi in alcun modo al suo "post-lavoro", dove dorme e vive, come è considerato per strada quando teme la freddezza ed anche lo scherno. Non è pensabile che un imprenditore pensi a risolvere i problemi della sua azienda "offrendo" lavoro a coloro che possono "darlo" senza farsi carico anche di problematiche esistenziali e culturali tanto complesse quanto ineludibili. Se l'espansione della propria azienda passa attraverso l'integrazione di genti provenienti da paesi poveri, l'integrazione deve essere promossa attivamente oppure verrà inesorabilmente subita. Nel primo caso un imprenditore illuminato sarà un riferimento per tutti, nel secondo caso non potrà che assistere al suo declino.

Franco Tagliente

"I had a dream" vive ancora

Un vecchio dalla lunga barba candida fa ingresso nella sala in cui è riunita l'assemblea dei potenti della Terra: il suo incedere è maestoso e il suo portamento austero, il suo sguardo rivolto all'infinito. Nessuno fra i presenti osa chiedere chi egli sia. Senza muovere labbro parla direttamente al cuore degli uomini ed in ciascuno di loro lascia il sentimento del suo pensiero: "Nella vostra casa essi eleveranno i vostri spiriti". La sala rimane nel silenzio per molti minuti. Poi un giovane plenipotenziario annuncia con voce commossa: "La nazione che rappresento da questo momento in poi si fa carico dell'esistenza di uomini, donne e bambini di un paese africano. Assumiamo l'impegno di sviluppare la loro economia rispettando e mantenendo la loro cultura; il nostro bilancio sarà redatto considerando quel popolo come parte del nostro; vivremo non solo per noi ma anche per loro, perché abbiamo la consapevolezza che la loro miseria è voluta da Dio affinchè sia misura del nostro materialismo. Il loro dolore ci ha fatto scoprire la via per guardare in noi stessi e trovare la forza per accoglierli nella nostra casa. Per questo loro sacrificio noi gli dobbiamo per sempre gratitudine". Uno ad uno gli altri potenti pronunciano simili parole ed alla fine l'assemblea dei potenti della Terra si conclude con l'adozione di un paese del Terzo Mondo da parte di ogni nazione ricca.

Franco Tagliente