IL
BUONO È NEMICO DELL'OTTIMO
Le
analisi su un numero rilevante di aziende definite "di
successo" hanno evidenziato che molte di loro, ad un certo
punto della loro vita, hanno perso in competitività e sono state
estromesse dal mercato. L'analisi quantitativa delle performance
desunte dai bilanci e da altri indicatori economici colloca l'inizio
dei loro declino in un periodo in cui per la prima volta si sono
registrate flessioni nelle vendite o erosioni nei margini di
contribuzione.
Una più approfondita valutazione basata su riscontri non solo
"quantitativi', ma soprattutto 'qualitativi' ha messo in
evidenza che le cause del declino andavano ricercate negli anni
precedenti quel primo esercizio negativo. I riscontri hanno rilevato
un fattore che accomunava le aziende analizzate, quello
dell'eccessivo "riposare" sui risultati positivi sempre
ottenuti, sulle quote di mercato detenute, sulla riconosciuta qualità
dei propri prodotti rispetto a quelli dei concorrenti. In altri
termini si è riscontrato che la scarsa capacità di mettersi in
discussione è nella gran parte dei casi, all'origine di una forma
di miopia che conduce a situazioni di crisi il più delle volte del
tutto irreversibili.
Questo adagiarsi, confortato dal "buono" già ottenuto,
trova espressione in dati numerici quando la crisi è ormai in atto,
ma può essere monitorato ancor prima che essa arrivi osservando il
comportamento dell'azienda in relazione a diversi aspetti del suo
modo d'essere che sono di difficile quantificazione, ma di sicuro
peso. Sono sette gli indicatori che consentono di tenere sotto
controllo la condizione aziendale che può eventualmente preludere
alla crisi. Il primo di questi riguarda tutti gli uomini che operano
all'interno dell'azienda, vale a dire i dirigenti, gli impiegati o
gli operai. Di loro le imprese si prendono cura soprattutto
soddisfacendo quelli che Maslow colloca ai primi posti nella scala
dei bisogni, vale a dire i bisogni primari (leggi salario) e quelli
della sicurezza (il posto di lavoro). Questi due definiti da
Hertzberg "non soddisfattivi' riescono in misura modesta a
motivare gli uomini i cui bisogni più elevati (appartenenza e
riconoscimento sociale) vengono il più delle volte ignorati dalla
gran parte delle aziende. I casi aziendali analizzati evidenziano
come questa scarsa attenzione ai bisogni umani sia all'origine di un
processo di demotivazione che, inesorabilmente, induce l'azienda a
perdere quel patrimonio ottenuto quando, grazie anche alle limitate
dimensioni aziendali si era soliti considerare l'elemento umano come
un importante fattore critico di successo.
La necessità di investire nel personale o nelle 'risorse
umane" non è una delle ultime "mode" manageriali,
come alcuni potrebbero credere, è invece un bisogno reale sempre
esistito che solo oggi si sta facendo cosciente negli imprenditori
più attenti. La vera differenza tra le aziende non è data tra
quelle consapevoli o meno di questa necessità, quanto tra quelle
che hanno deciso di agire e quelle che invece preferiscono
"attendere gli eventi". La comprensione di questo fenomeno
comporta necessariamente un nuovo approccio all'organizzazione del
lavoro il cui paradigma non è più quello del lavoro in cambio di
salario, ma è quello dell'adesione alla missione e ai valori
dell'azienda in cambio della soddisfazione dei bisogni non solo
primari. Recentemente chi scrive ha analizzato un caso aziendale
emblematico.
Un'industria calzaturiera fondata cinquant'anni fa era cresciuta
grazie alle intuizioni geniali del suo fondatore sino a diventare
leader assoluto in Italia e tra le prime aziende al mondo nel suo
settore. Tutti coloro che in essa lavoravano, da sempre abituati ad
avere come unico referente il fondatore, si sono trovati in grave
difficoltà dal momento in cui l'azienda, proiettata nei mercati
internazionali, ha introdotto manager che, protesi al raggiungimento
dei risultati e all'efficienza, non hanno saputo conservare dei
pioniere le capacità di relazione. In altre parole quei manager non
sono stati in grado di dare ai loro uomini neanche una lontana
parvenza di quella "pacca sulla spalla" con la quale il
fondatore aveva motivato i suoi "ragazzi" per qualche
decina d'anni. I manager efficienti avevano, con l'acqua, buttato
via anche il bambino!
Di quell'azienda abbiamo monitorato, attraverso incontri
individuali, la demotivazione dei suoi uomini. Il pericolo della
crisi all'orizzonte, da questa generato, non è stato considerato
dai nuovi dirigenti che, appagati per i risultati quantitativi
positivi, erano incoscienti dei fatto che questi erano stati
conseguiti non per il merito della loro gestione, ma per merito di
quella del pioniere che li aveva preceduti.
Se fossero stati meno miopi e avessero prestato più ascolto ai loro
uomini avrebbero potuto promuovere un progetto di revisione, di
marketing interno, idoneo a motivare gli uomini e a scongiurare la
crisi ancor prima del suo insorgere; ma, come spesso accade, quella
del mettersi in discussione non è attività gradita ai più.
Franco
Tagliente